venerdì 1 luglio 2011

La Luna di Grace


Grace aveva un sogno. Il suo sogno era quello di volare ed arrivare sino alla luna. Ma il suo corpo non l’avrebbe aiutata. Chili e chili di grasso la piantavano a terra, era un macigno impossibile da consumare. O meglio, avrebbe potuto consumarlo, ma il peso più grande era la sua fame di tutto e di niente, che non le avrebbe permesso di dimagrire. E poi, non era sicura che una volta diminuito il suo peso sarebbe potuta arrivare fin lassù, non ne era certa. Di persone magre non ne conosceva, ma sapeva che ne esistevano e non le aveva mai viste volare in giro.
Così non si era mai convinta.
Ogni sera sbirciava la luna dalla finestra della sua stanza, la guardava crescere. Ogni sua fase: piccola diveniva ancora più grossa e più grossa, e poi cresceva ancora. Grace pensava al fatto che la luna, raggiungesse lo splendore massimo, proprio quando era grossa che più non poteva. Quando era grande e tonda, più di qualsiasi altra cosa sulla terra, anche più di lei. Proprio in quel momento, veniva ammirata e citata in tutte le più grandi opere dei più grandi autori.
A lei questo non accadeva.
Non veniva ammirata e nessuno sapeva di lei. Perché preferiva restare in silenzio nella sua camera, con i suoi disegni e i suoi libri, anziché uscire e incontrare le persone e i loro occhi giudici.
Grace aveva un sogno. Scalare piano la crosta celeste ed arrivare su in cima, verso quel faro luminoso. Quel posto, la luna, che l’avrebbe accolta sicuramente per com’era e che le avrebbe dato quella sensazione di leggerezza e pace, che qui sulla terra, complice la gente e la gravitazione, non poteva avere.
Disegnava, disegnava la sua luna, con quella costanza che tutti avrebbero invidiato. Ogni mattina, appena il sole era alto, davanti alle sue tele e ai suoi colori, la disegnava. Grossa e tonda.
La notte implorava la bianca luna, portatrice di sogni, che le donasse la leggerezza e il volo; che facesse, per un attimo, sparire quei suoi chili e le consentisse di salire piano verso di lei.
Ma nessuna notte le donò questa magia. E lei nel frattempo, chiusa nella sua casa, lontano da tutti cresceva ancora e ancora di più. Come la luna, diventava sempre più grossa e sempre più tonda.
Finchè un giorno lesse che, in tempi remotissimi, c’erano degli dei che trasformavano in costellazioni umani e ninfe. Così si convinse che forse, in questo modo, anche lei avrebbe potuto essere trasformata in una stella, ed essere più vicina alla luna. Poi avrebbe potuto chiederle di essere ospitata sulla sua terra, fatta di farina brillante.
Quindi a cena quella sera, salutò i suoi grassi e tondi genitori, e chiudendosi in camera, decise di addormentarsi per sempre. Con la speranza che, qualche dio, preso a compassione, la facesse diventare una stella del cielo. Una di quelle vicine alla luna, che si specchiano con essa e possono parlarle.
Ma le cose non vanno sempre come si crede. Non tutto è chiaro come si legge e come si disegna.
Così nessun dio la rese costellazione e nessuna luna l’accolse nel proprio regno.
I genitori piangevano quel sonno inguaribile e, dopo giorni e mesi, decisero che se era la leggerezza, quello che la loro figlia cercava, loro gliel’avrebbero regalata.
Presero una piccola zattera e misero lì il corpo rotondo e morbido della loro figlia. Grace avrebbe affrontato il mare e avrebbe assaporato la leggerezza che le onde danno a chi, sopra di loro, si lascia trasportare. Misero con lei alcuni suoi disegni della luna piena. Nella speranza che essa vedendoli le donasse quella pace, che loro non erano riusciti a darle.
Poi lasciarono che la zattera andasse verso il largo, loro non avrebbero potuto più vederla.
La luna quella notte era piena. Alta e bianca come una perla del mare. Guardava Grace silenziosa, come sempre. La giovane era sdraiata sulla sua zattera, sosteneva le onde senza svegliarsi e così di sicuro avrebbe abbandonato la vita.
Fu in quel momento che, sconvolta dal dolore della giovane, la Luna aprì i suoi occhi. Grandi e trasparenti come il ghiaccio. Lunghe e forti braccia le spuntarono e con quelle sollevò la zattera di Grace.
Non fu difficile farlo per lei. Nessun peso aveva Grace, per lei.
Così, specchiandosi nel mare calmo, vide che le spuntò anche una bocca e con quelle labbra morbide, baciò il corpo di Grace. Colei che era stata la sua figlia più fedele.
Grace si illuminò, come fosse fatta di sola luce, e piano si risvegliò.
Riconobbe in quel volto enorme, proprio il suo. Tondo e bianco. Con guance morbide e occhi trasparenti come ghiaccio. Riconobbe, negli occhi silenziosi e tristi della luna, i suoi. La luna era come lei, era lei.
-Ma tu…-
Non fece in tempo a finire la frase, che la Luna la portò di nuovo nella sua casa. Sul suo letto. E dalla finestra della sua camera pronunciò queste parole.
-Ho bisogno di te, piccola Grace. Ho bisogno che tu faccia vedere al mondo il mio volto, il mio vero volto. Ho bisogno che si ricordino di me. Devi aiutarmi tu. -
La mattina seguente Grace, si svegliò nel suo letto e abbracciati i suoi genitori, che sembravano non ricordare nulla, corse con i suoi disegni per la strada e incominciò a distribuirli a tutti coloro che incontrava.
E non si preoccupava di sembrare pazza, oppure grassa. C’era la luna, anche se nascosta dalla luce del sole, che lei sapeva la stava vegliando.
I suoi disegni fecero il giro del paese e poi dell’intera nazione, ed infine del mondo.
Finché un giorno non raggiunsero anche me.

mercoledì 9 febbraio 2011

"Siamo solo tempo"




Non avevo mai visto nessuno morire di fame, non me l’aspettavo, ma ci avrei messo tanto. Le finestre avevano tende spesse che odoravano di piscio, sudice da far schifo, i mobiletti componibili anni cinquanta avevano gli stipetti che non chiudevano più, dentro solo piatti e bicchieri spaiati, farina che puzzava di umido, pasta, sale, zucchero. Nulla che fosse necessario a farmi scappare, ma non so se in caso contrario avrei provato a farlo.


Nei miei sogni è sempre sera. Le luci delle vie sono riflesse dall’asfalto umido. Ha smesso di piovere da poco. Potrebbe essere autunno inoltrato o uno di quei primi giorni d’inverno mitigati dallo scirocco. Le auto hanno smesso da un po’ di invadere la città. Potrei essere ovunque, poco importa. Il più delle volte mi sento solo. È solo una sensazione perché se mi volto posso vedere qualche amico caro, un familiare, mia madre.


Mi ripetevo che non sarebbe durata molto l’agonia, piano avrei abbandonato il mio corpo e la mia mente ancora troppo sobria. Non sarebbe durato molto il morso della fame, infine me ne sarei liberato e non sarebbe stato così difficile resistervi senza impazzire. Incatenato ad un pilastro di ferro arrugginito di fronte il lavabo, imbavagliato e lasciato ad ammuffire in quella cascina, in mezzo al nulla. Ero in attesa, come un amante impaziente o un cane fedele, del loro ritorno.


Nei miei sogni passeggio silenzioso, ogni tanto mi fermo da un venditore di caldarroste, come quando ero piccolo, le faccio mettere in un sacchettino e le porto con me tra le mani che si riscaldano, non le mangio, però. Poi lei mi è accanto, è diventata un’abitudine. Mi sorride ed io tremo e sono sereno. Penso di non aver visto mai donna più bella.


Sarei morto, si muore di fame e di sete, prima non ero sicuro. La televisione che mi avevano lasciato accesa, per tenermi compagnia mi dissero clementi, divenne la mia peggior nemica. Non smetteva di ricordarmi che lì fuori c’era una vita che non avrei vissuto mai più. Sentivo le mie labbra seccare, le braccia e le gambe erano stanche di quella posizione, già loro erano morte, il respiro diventava debole. Tutto divenne lento intorno a me. Il ratto che mi girava intorno, lentamente iniziò a rosicchiare il mio alluce. Solo nausea.


Le chiedo perché, perché tutto questo non mi turba, perché mi solleva; è solo, il come è avvenuto che mi angoscia. C’è chi può scegliere come morire, era un mio diritto farlo. Lei ride, mi accarezza il volto e poi la luce della luna la illumina, sabbia argentata di un atollo che non conosco. Mi dice "Siamo solo tempo."


D’un tratto sentii dei rumori, ma non riuscivo ad aprire gli occhi, la pesantezza delle palpebre era uno sforzo che non potevo affrontare. La mia testa ormai vagava in lidi sereni. Iniziarono a muovermi, mi davano calci, mi sollevavano e mi gettavano acqua in faccia, acqua. Ero vivo. Era acqua. Un uomo, uno dei miei carcerieri, uno dei miei salvatori, all’orecchio mi disse " Hey, bello non morire. Dai torni a casa, hanno pagato."


Inizio a piangere, non piangevo dalla morte di mia madre. La donna si allontana piano, mi dà le spalle non vuole più vedermi. E’ delusa, lo sono anch’io di me. Così vicino a lei che ora la disperazione mi devasta nel saper di dover ritornare. Sono di nuovo solo, è sera. E’ sempre sera nei miei sogni.